Contenuti per adulti
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Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Credevo che dargli un nome – dipendenza affettiva – sarebbe bastato per cominciare a guarire.
Credevo che la terapia, la consapevolezza, le parole giuste, sarebbero state una corda tesa verso la riva.
Ma la verità è che non sempre sapere salva.
Dopo un breve periodo di silenzio, di distanza, di forza apparente, siamo tornati a sentirci.
Come sempre.
Come ogni volta.
Bastava poco.
Una storia su Instagram.
Una canzone condivisa.
Un messaggio buttato lì, quasi per caso.
E da lì ricominciava tutto.
Parole che diventavano abitudine.
Confidenze che scavavano la pelle.
Incontri che sapevano di peccato e paradiso insieme.
Mani che si sfioravano come se il tempo non fosse mai passato.
Come se il dolore non ci avesse mai spezzato.
Era un legame che non moriva mai.
Inarrestabile.
Irrazionale.
Malato.
Ma vivo.
Ci allontanavamo.
Per settimane.
A volte per mesi.
Poi uno dei due tornava.
Sempre.
E ricominciava tutto:
le brevi chiamate,
i messaggi pieni di passione e nostalgia,
i silenzi improvvisi,
le fughe senza spiegazioni,
le liti cariche di rabbia repressa,
i pianti strozzati nel cuore della notte,
le assenze che bruciavano come tagli.
Anni.
Anni passati così.
A rincorrerci senza mai raggiungerci davvero.
A illuderci che sarebbe cambiato qualcosa.
A farci male, con la scusa della passione.
Io continuavo la terapia, continuavo a dire che dovevo smettere, che meritavo di più.
E ci credevo, a volte.
Ma bastava poco, pochissimo, e tornavo ad accoglierlo.
A farmi piccola, fragile, pur di averlo ancora. Pur di avere le briciole di lui.
Perché senza di lui mi mancava qualcosa.
Anche se con lui perdevo tutto il resto.
Era un incantesimo maledetto.
Una prigione con le sbarre fatte di sguardi e memorie.
Una maledetta speranza che, un giorno, mi avrebbe scelta.
Ma quel giorno non arrivava mai.
E intanto la vita andava avanti.
Io continuavo a sorridere nei pranzi in famiglia,
a fingere leggerezza nelle cene con gli amici,
a indossare felicità come un vestito stirato bene.
Ma dentro, dentro… c’era ancora lui.
Sempre lui.
E io?
Io non sapevo più da quanto tempo non ero davvero libera.